Cati prevedeva sempre il suo arrivo.
Lo ascoltava nel vento di fine inverno. (…)
In principio era solo un bisbiglio racchiuso da un angolo di notte, un vago rumore, come di minuscoli pezzetti di ferro che scivolassero tintinnando sino a formare un ruscello appena appena percepibile oltre il mormorio delle fabbriche e delle strade; poi in questo scorrere si distingueva un tintinnio metallico più forte: un suono di campanelli. A quel punto Cati credeva di scorgere nel buio, illuminato da un bagliore di fuoco d'altri tempi acceso per un attimo - nell'istante intoccabile in cui due epoche si sfiorano ed il confine da qui a là è poco più di un respiro -, una mano affusolata, o un colletto giallo, o ancora il movimento sfuggente di un passo.(...)
(...) Ci volle una settimana perché Lucio le desse la risposta che lei non aveva: "Sai perché non scrivi, secondo me? Perché quando ti trovi lì pensi che sia inutile!".
Cati ci pensò a lungo e decise che quella spiegazione avrebbe potuto andar bene, se soltanto Lucio fosse stato in grado di spiegarle anche perché a scuola
non sapeva proprio né scrivere né leggere, mentre a casa sapeva fare tutte queste cose, anzi, le riuscivano in modo naturale, come soffiare un soffione.
A questo punto il Signore Bianco sorrise e si stirò; anche Tati, sdraiata ai piedi di Cati, si stiracchiò, per simpatia. "Questo devi capirlo, piccoletta" disse Lucio con aria furba "e capirlo da te".
Cati sapeva che un motivo c'era, nascosto dentro di lei, ma non riusciva a scovarlo: era qualcosa di saltellante, sfocato, elastico, che giocava a nascondersi tra le filastrocche, i perché e le ombre dei ciliegi a sera. "Ha a che fare con degli occhi" mormorò infine, un po' a disagio. "Ma non so bene come. A casa immagino di star scrivendo a… a qualcuno di cui conosco bene lo sguardo". (...)
Fu nella notte del primo novilunio di primavera che Daniele vide la ragazza.
Diritto e sottile come un giovane faggio, si trovava sul confine tra il selciato ed il grande campo, quel luogo in cui tutto si confondeva e persino i monaci avevano dovuto ammettere che la potenza infinita dell'esistenza non era solo in loro e sopra le loro teste ma anche di fronte ai loro piedi, dove il prato continuava.
Cenere sei e cenere ritornerai.
Da qualche parte, laggiù in valle, un mercoledì delle ceneri si stava per concludere.
L'orizzonte giaceva offuscato in una nebbia d'inquinamento.
Il ragazzo ci fumava su una sigaretta.
Macché cinismo.
È forse questo a far vivo il ragazzo? In lui la morte è più reale e spaventosa che nei giorni lattei dell'età adulta: è questo il motivo per cui anche la vita si manifesta in lui con maggior violenza, fracassando vetri, gettando pezzi di ferro, urlando in stanze vuote abbandonate al vento per anni? Oppure è la morte ad essere costantemente presente in lui proprio perché la sua vita è più vigorosa? Comunque è questo a costituirlo: un inscindibile, disperato abbraccio tra la profondità abissale della morte e la pienezza incontrollata della vita. Cerca di unire assieme le loro infinità, tenta di cucirle per un istante sfuggito all'eternità e non avrai nulla di meno del ragazzo ritto, con la sua sigaretta che lenta diviene cenere, nel buio del piazzale illuminato soltanto dalla lampada ad olio accesa sulla soglia dell'eremo.
Daniele se ne stava lì e la vide. (...)
(...) La luce lo raggelò. Sembrava rubare l'intimità persino al pensiero.
"
Che cosa hai fatto! ".
Le ferite rosse si erano coagulate e risplendevano lucide nella crudeltà della lampada al neon.
Si alzò confusamente, strizzando gli occhi. "Oh, niente".
"Sei coperto di sangue!".
Le scarpe furono gettate approssimativamente al loro posto: anche la polvere può avere un ordine, si disse stancamente.
"È solo vernice. Ho fatto delle cose con gli amici. Come mai non dormi?".
Non ne poteva più della propria indifferenza, stupida ottusa finta indifferenza… unica difesa che gli restava di fronte a quel silenzio afoso, greve, minaccia di qualcosa che non sarebbe mai giunto. Che
orribile stanchezza gli comunicava l'indifferenza, pretendendo da lui altra indifferenza!
"È così che la vita ci anestetizza" commentò suo padre, senza rispondergli.
Per un attimo, con un sussulto, credette gli avesse letto nel pensiero.
Ma l'uomo stava osservando, quasi irreale tra le sue grandi mani magre, una scatoletta di pillole per dormire. Si sedette sul bracciolo del divano verde e guardò un vuoto a caso: la loro vita era piena di vuoti, fatta a morsi. "Prima che riusciamo a pensare alla morte ci anestetizza pian piano, in modo che non abbiamo nulla da rimpiangere".
Il ragazzino guardò dubbiosamente la scatoletta.
"Hai deciso di non prenderle?" chiese.
L'uomo sorrise. Il ragazzino riconobbe la stanchezza, vittoriosa, sorridere dalle sue labbra e dai suoi occhi arrossati. "Le ho finite" rispose amaramente. "Ieri".
Anche lui si sentiva preda di
quella stanchezza.
"Vado a dormire" disse.
"Dove sei stato?".
A sua volta, il ragazzino non rispose. (...)