Libri accanto al fuoco – E POI… E’ PRIMAVERA

Sono passati sette anni da quando E poi… è primavera di Julie Fogliano e Erin E. Stead è uscito in Italia, pubblicato da Babalibri editore.
Eppure anche quest’anno la primavera arriva nello stesso modo: quatta quatta. Lenta eppure inarrestabile.
Un giorno un germoglio ancora piegato, con la testa infilata nel terreno; un giorno un soffio d’aria tiepida che sa odore di terra che si sgela; un giorno una cavolaia gialla che succhia il nettare da un ciuffo di violette. Il cambiamento è così trascurabile che la consapevolezza del suo arrivo tarda ad arrivare; ma un giorno ci svegliamo e tutto ci canta intorno fin dall’alba, e guardando dalla finestra ci accorgiamo che quei piccoli cambiamenti, prima isole di un piccolo arcipelago, si sono congiunti l’uno all’altro componendo un vero, completo giorno di primavera.

Così, vediamo iniziare questo libro con un bambino e il suo cane che escono di casa e osservano una grande distesa marrone. Fa freddo e tira vento: il bimbo è ben infagottato in vestiti invernali, la sua sciarpa sventola nell’aria fredda.
Il protagonista, in tutto questo marrone, inizia a piantare dei semi. Per la maggior parte del libro li cura, tiene d’occhio il terreno, si preoccupa per loro… e, semplicemente, aspetta.
Intanto inizia ad accadere qualcosa: ma accade solo per chi ha orecchio fine, per chi si sa chinare e ascoltare il “mormorio verde che puoi sentire solo se chiudi gli occhi e appoggi l’orecchio a terra”.
Finché, proprio alla fine del libro, dopo tanta tanta attesa arriva una giornata di sole; e poi un’altra notte, e poi, finalmente…

E poi… è primavera è un libro che ci chiama alla vita, in più sensi.
Ci racconta, con un testo sottile e poetico e le splendide immagini di Erin E. Stead, quel passaggio commovente, vibrante, invariabilmente nuovo che è l’arrivo della primavera – l’esplosione lenta della vita che è crescere, sbocciare, animarsi, riprodursi, crescere di rumori e di colori – e ci invita a farne parte, ancora una volta, come ogni anno.
Ma ci chiede, anche, di essere vivi e ben presenti nella sua lettura, così come gli altri libri di Erin E. Stead, spesso realizzati in coppia con il marito Philip. Non è un libro che possiamo lasciare in mano ai nostri bambini mentre noi ce ne andiamo a lavare i piatti o a leggere il giornale: ha bisogno di tutta la nostra presenza per leggerlo assieme a loro, soffermandoci su ogni minuto particolare, accogliendo i suoi mille inviti a richiamare alla mente profumi, suoni e sensazioni. Ci invita a parlarne con loro, a chiedere, ad ascoltare, a investigare, a indicare con il dito, ad andar oltre immagini e parole per approdare nelle sensazioni, come se navigassimo sul libro nel mare della vita; ci spinge a praticare veramente la “lettura dialogica”, quella che gli esperti di pedagogia di lettura indicano come la modalità di lettura che maggiormente cresce i futuri lettori, mostrando loro i tanti modi in cui un libro ci può nutrire.
Senza di noi, per la maggior parte dei suoi lettori, abituati a narrazioni ritmate e “furbe”, rischierà di rimanere un libro muto, in cui “non succede niente”. Perché in E poi… è primavera l’azione è così piccola e così lenta che pare, davvero, non succeda niente. E invece tutto quel marrone, pian piano, fruscia, rumoreggia e diventa qualcos’altro: ma siamo noi a dover prendere in mano quel senso di attesa e restituirne la potenza a bambini che non sono più abituati a pazientare. E a ridiventare, per la durata di un libro (e forse di più), le guide dei nostri bambini nella meraviglia e nel mistero del mondo.

Titolo: E poi… è primavera
Autori: Julie Fogliano (autrice), Erin E. Stead (illustratrice)
Casa editrice:
Babalibri
Anno di pubblicazione:
2013
Consigliato da che età?
Dai 3 anni
Consigliato a lettori…
Che coltivano la poesia; che adorano fare l’orto e vedere le cose che crescono; che amano la natura; che (ancora non) sanno attendere
Libri amici:
Se vuoi vedere una balena (Philip e Erin E. Stead, Babalibri), Aspetta (A. Portis, Il castoro), Il signor G. (G. Roldàn, La nuova frontiera)

Qui sotto trovate la videorecensione di E poi… è primavera.

Libri accanto al fuoco – CANE BLU

C’è un albo illustrato cui devo una recensione a mo’ di scusa.
Quest’albo è Cane blu di Nadja (pseudonimo di Nadja Fëjto; sorella, per chi fosse interessato alle parentele artistiche, di Gregoire Solotareff, altro stimatissimo autore di albi illustrati).
Lo confesso: la prima volta che l’ho conosciuto, qualche anno fa, non ne sono rimasta particolarmente colpita, soprattutto per via della trama, che giudicavo fin troppo classica. Certo, le illustrazioni (che ricordano l’espressionismo) erano d’impatto, la qualità artistica era evidente, ma a quell’epoca cercavo soprattutto storie che stessero lontane dai soliti binari. La storia del cane (per quanto blu) che i genitori non vogliono, ma che riesce a farsi accettare dalla famiglia mettendo in salvo la bambina dispersa nel bosco, aveva un che di già sentito.
Sono stati i bambini a rimettere me sui binari. Perché, se c’è una cosa che ho capito durante la mia esperienza di lettrice, è che io e i bambini, in questo viaggio nelle storie, abbiamo competenze e doveri diversi. Il mio dovere è portare loro narrazioni e libri di tutti i tipi, cercando sempre di proporre opere di qualità, di remare contro la banalità, la volgarità, le opere fatte in serie per ragioni commerciali; il loro dovere è segnalarmi, con il loro fiuto infallibile, le storie che funzionano davvero e che lavorano dentro di loro, e spronarmi a farle conoscere ad altri bambini.
Cane blu, l’inguardato inserito un po’ all’ultimo in una cinquina di libri da proporre per le letture pomeridiane nella fascia 3 – 6 anni, piacque subito e senza tentennamenti; anzi, i bambini manifestarono verso questo libro un ardore tale che decisi di riprovarci, questa volta alle scuole primarie: l’effetto fu confermato.
E così, di anno in anno, di pubblico in pubblico, Cane blu ha sempre ricevuto lo stesso ardore, lo stesso affetto senza tentennamenti, al punto che ora lo propongo nella certezza che piacerà. Credo sia per questo che, nonostante abbia una trentina d’anni, è stato ripubblicato nel 2019 da Babalibri.

Che cosa i bambini avevano visto e io no?
Partiamo dalla storia.
Carlotta incontra un cane randagio. Poco importa, a questo punto della storia, che il cane sia un Cane blu dagli occhi di rubino: la bambina si affeziona a lui, ricambiata: il cane la torna a trovare sera dopo sera.
La mamma, però, non è contenta di quell’amicizia: il cane è randagio, potrebbe essere malato, e ad ogni modo i genitori della bambina non vogliono adottare cani. Carlotta è costretta a separarsi dal suo amico.
I genitori di Carlotta, vedendola triste, decidono di portarla nel bosco per un pic-nic… e, naturalmente, Carlotta si perde.
Sta calando la notte; Carlotta non sa dove si trova. Ma Cane blu sopraggiunge, accende il fuoco con il suo soffio (solo a questo punto iniziamo a capire che la sua particolarità gli conferisce anche poteri speciali) e la conduce al riparo in una grotta, per attendere assieme l’alba.
Ma nel folto della foresta si nasconde lo Spirito della Foresta, pronto a divorare chiunque osi rimanere nel suo bosco oltre il crepuscolo… e ora Carlotta sarebbe in grave pericolo, se a vegliare su di lei non ci fosse Cane blu.
La trama e la struttura narrativa sono classiche e un po’ scontate, è vero. Eppure, man mano che la trama procede, si manifestano i poteri di Cane blu e si giustifica la sua particolarità, mentre avviene il passaggio in un mondo inquietante e selvaggio, che Cane blu frequenta in virtù sia del suo essere senza padrone che della sua diversità. Qualcosa cambia: ed è qui, nelle drammatiche scene centrali ambientate nella foresta notturna, che la storia esce dai binari della banalità.
A questo punto della lettura i bambini sono spesso inquieti: la lotta tra Cane blu e lo Spirito del bosco, mutato in pantera, è rappresentata in modo crudo, è un salto in un mondo di violenza vera, non mediata da immagini accattivanti, che a volte io sorpasso in fretta, per non turbare i più piccoli; una lotta il cui esito non è assolutamente scontato. Tanto che, ogni volta, me lo domando anch’io: riuscirà un povero e mite Cane blu a sconfiggere il selvaggio spirito della foresta?
Ma ogni volta l’alba arriva e Cane blu ce la fa (grazie alla sua tenacia, più che alla sua forza), i bambini ce la fanno, e ogni volta che salto la pagina della lotta mi sento in colpa per non aver regalato loro quel brivido in più pur sapendo che poi il finale ci porterà tutti in salvo, in una corsa sfrenata e rigenerante in groppa a Cane blu.
Sono convinta che il suo potere quest’albo lo eserciti fino in fondo con la scena finale: il cane che appoggia la testona sul letto della bambina e la rassicura: “Resterò sempre con te”.

I bambini amano le figure come Cane blu – fedeli, protettive e potenti pur nella loro mitezza e umiltà. Io le chiamo “le forze di protezione”: ai miei occhi incarnano la sicurezza che sperimentiamo da bambini tra le braccia delle persone che ci sono più care. Penso che i bambini, in figure come quella di Cane blu, rivivano e rafforzino questa sensazione di protezione, e abbiano bisogno di narrazioni come queste e personaggi come questi per affrontare il mondo con le sue inquietudini e ambiguità. Infatti di personaggi analoghi ce ne sono molti, nella letteratura per l’infanzia e oltre: pensiamo al GGG, a Pippi Calzelunghe o addirittura all’Aslan della Saga di Narnia; ma anche a Cion Cion Blu (ancora una volta il blu è il colore della protezione), il contadino cinese capace, nella sua semplicità e saggezza, di aiutare nientemeno che l’imperatore della Cina: un’altra figura di protezione molto amata dai bambini, protagonista di un romanzo che suscita il loro entusiasmo (e che inizialmente avevo, anche stavolta, sottovalutato).

Se ci pensiamo, anche a noi storie come questa piacciono, e per lo stesso motivo. Ognuno di noi ricorda quel “per sempre”; ognuno di noi ha sentito, un tempo, la potente sensazione che quell’abbraccio fosse una fortezza inespugnabile. Quella stessa fortezza, negli anni del tradimento dell’adolescenza, ci è apparsa nella sua umana fragilità, ma sappiamo che è rimasta dentro di noi come un nido di calore in cui, tutti, ci rifugiamo quando abbiamo bisogno di conforto. E, per tutta la vita, cerchiamo il nostro Cane blu.

Titolo: Cane blu
Autore: Nadja
Casa editrice: Babalibri
Anno di pubblicazione: 2019 (ultima edizione)
Consigliato da che età? Dai 4 anni; piace molto anche a bambini di 6 – 7 anni
Consigliato a lettori… Che amano i cani; che hanno bisogno “del grande amico”; che apprezzano le storie a tinte forti; che sono affascinati dalle storie che hanno un sapore antico, di leggenda.
Libri amici: Cion cion blu (Pinin Carpi), Il GGG (Roald Dahl), Pippi Calzelunghe (Astrid Lindgren).

Qui trovate la videorecensione di Cane blu:

Libri accanto al fuoco – TUTTO CAMBIA

Siete bambini che vedono creature nascoste negli angoli della realtà?
Siete adulti che chiedono a un albo una stilettata nel loro piccolo, disallenato cuore?
Ho l’albo illustrato che fa per tutti voi: è Tutto cambia di Anthony Browne, uscito nel 2019 con Orecchio Acerbo edizioni.

Anthony Browne è maestro dell’inquietudine nascosta nell’ordinario. L’abbiamo già visto all’opera in vari albi illustrati, tra i quali Ti cerco ti trovo, con i suoi alberi contorti che suggeriscono forme di animali giganteschi e pericolosi; lo ritroviamo in quest’albo di poche parole e immagini (pre)potenti, in cui a trasformarsi in rettili e animali sono oggetti domestici e ordinari.
Il protagonista si trova da solo in casa. Suo padre è andato “a prendere la mamma”: non sappiamo dove sia andato, non sappiamo da dove la mamma stia tornando. Possiamo però leggere il senso di vuoto e di irrequietezza provato dal protagonista. Vaga per una casa che è al tempo stesso familiare e sconosciuta, in cui la natura degli oggetti pare sfuggirgli di mano. Tutto ciò che fino ad oggi era scontato sembra rivelare una nuova identità: il tostapane ha orecchie e coda di gatto, la poltrona si sta mutando in coccodrillo.
Neanche all’esterno le cose vanno meglio: un pallone calciato si tramuta in un uovo che a sua volta mette al mondo un uccello; persino la bicicletta ha qualcosa che non va.
Cose che cambiano, e può darsi lo facciano per sempre. Come forse è cambiata la mamma, come forse è cambiato il mondo di questa famiglia normale che viveva in una casa normale. Fino ad oggi.
Il protagonista si nasconde nella sua camera. Spegne la luce.
Improvvisamente… la porta si apre su una lama di luce.
Girate la pagina e PAM!
La mamma è tornata. Ed è vero che tutto cambia, ma a volte il nuovo non è spaventoso come pensavamo…
Voglio sapere chi è rimasto impassibile. Voglio saperlo, davvero. Perché io non ce l’ho fatta, così come le altre mamme cui ho fatto leggere questa storia.

Tutto cambia è una lezione di saggezza.
Forse, ma dico forse, piacerà quasi di più agli adulti che ai bambini.
I bambini, di sicuro, ameranno immergersi nelle illustrazioni per cercare gli scarti dalla realtà, i mutamenti più inavvertibili – nei particolari degli oggetti, nelle ombre, tra le pietre del muro. Anthony Browne conosce bene il pensiero dei bambini, che traduce in cose tangibili una sensazione o un pensiero, e ci mette di fronte a questo loro continuo “cosificare”, in cui la paura diventa una strega e il bisogno di rassicurazione un peluche.
La lezione sarà per gli adulti: perché da grandi è così facile dimenticare quanto un bambino si possa sentire travolto da ciò che accade nella sua realtà senza che lui abbia gli strumenti per comprendere e gestire il cambiamento. Chi di noi vorrebbe davvero tornare indietro, trovarsi nuovamente in un mondo che cambia senza che possiamo fare nulla per fermarlo? In cui decisioni prese da altri ed eventi che hanno luogo altrove sono in grado di modificare la nostra realtà al punto da renderla irriconoscibile?
Eppure, crescere significa anche accettare che vivere significa rischiare il cambiamento di continuo, e imparare a vederlo non solo come pericolo ma come possibilità di evoluzione: e i bambini impareranno a non considerare il cambiamento negativamente se gli adulti sono capaci di presentarlo loro sotto una luce positiva. E noi, siamo capaci di accettarlo?
Tutto cambia è un libro che invita alla riflessione e all’incontro col nostro bambino passato. Con i mutamenti che hanno sconvolto la nostra esistenza ed il modo in cui siamo riusciti, o non siamo riusciti, ad affrontarli.

Con i nostri bambini potremo giocare a scovare le creature nascoste in casa, con noi stessi potremo giocare a immaginare di affrontarlo, questo cambiamento, sapendo che alla fine non è stato poi così male.
Perché non è mica detto che un albo illustrato sia solo per i bambini. O no?

Titolo: Tutto cambia
Autore: Anthony Browne
Casa editrice: Orecchio Acerbo
Anno di pubblicazione: 2019
Consigliato da che età? Dai 3 anni, per una lettura giocosa; agli adulti, e in particolare ai genitori, per una lettura riflessiva.
Consigliato a lettori… Che amano giocare a cerca-e-trova anche nei libri; che sono affascinati dalle illustrazioni mutevoli e le illusioni ottiche; (qui devo dirlo… non volevo rovinare la sorpresa…) che devono affrontare una cambiamento nella loro routine familiare, come l’arrivo di un fratellino o una sorellina.
Libri amici: Ti cerco, ti trovo (Anthony Browne, ed. Camelozampa)

Qui sotto trovate anche la videorecensione!

Libri accanto al fuoco – LA CITTA’ E IL DRAGO

Tra i libri di un autore spesso capita di avere il proprio preferito; il mio albo preferito di Gek Tessaro è La città e il drago, che trovate ripubblicato nel 2019 da Lapis edizioni.

Ci sono due montagne, una accanto all’altra.
Su una c’è una città, sull’altra un drago. Ma un drago gigantesco, eh, mica uno di quei draghetti da quattro soldi che San Giorgio trafigge con uno stuzzicadenti in certe illustrazioni. Un drago sul serio, da oscurare un’intera notte stellata.
E quando uno è così grande, così grosso, così dentuto, con tutto quel verde e quel fuoco tanto rosso, capite bene che non possiamo aspettarci altro che guai.
Anche il re della città di fronte lo pensa: il drago è certamente pericoloso e prima o poi, sicuro, ne combinerà delle belle. Ogni mattina, così, il suo primo pensiero, dopo essersi piaciuto allo specchio, è chiedere notizie alla sentinella: “Dimmi il drago che fa, dimmi se arriva, / se dobbiamo difenderci da quella bestia cattiva”.
Guarda, riguarda la sentinella, si stringe nelle spalle. “… Mi sa che l’intenzione non è proprio quella…” dice con voce tremula.
Passano i giorni, chiede il re, risponde la sentinella… ma la risposta non cambia: “… Mi sa che l’intenzione non è proprio quella…” .
Il bestione, insomma, non si decide; ancora non ha preso l’iniziativa.
E in effetti, a ben guardare (ma, ci ricorda Tessaro, bisogna avere buon occhio!), non pare avere cattive intenzioni. Perché sarà pure grande, sarà pure grosso, sarà pure verde, sarà pure rosso, ma al drago, della città sull’altra montagna, non interessa proprio niente. Lui vuole solo starsene tranquillo per conto suo.
Ma il re non ci sta. Quel drago lo fa apposta, di ciondolare senza fare il suo dovere di drago. E se un re non può difendere la sua popolazione con le armi, se non può far la voce grossa e armare l’esercito per una missione importante, che re è?
Così il nostro sovrano ha un’idea machiavellica, da vero politico: aiutare il drago a prendere una risoluzione spostando la città dal monte di qua al monte di là, perché “l’attacco è la miglior difesa”.
Così viene fatto.
E il drago… che fa, insomma, l’orribile bestia?
Niente di niente. Infastidito dal chiasso e dalla sporcizia degli umani, lascia la sua montagna e si rintana sotto terra.
Così, che scocciatura, toccherà agli uomini trovare una scusa per far la guerra…

La città e il drago, come il drago stesso, è un albo con due pelli: “di fuori” è un albo simpatico, ritmato, vivace, che si avvale d’illustrazioni d’impatto e una rima incalzante e mai scontata – “di dentro”, nel suo cuore di carta, è un’ode al pacifismo e un impietoso ritratto della razza umana: razza sospettosa e litigaiola, accecata dai pregiudizi e dal desiderio di conquista, capace solo di applicare agli altri la propria logica e la propria limitata visuale; una specie che nonostante le sue pretese di superiorità intellettiva fa fatica a spiccare veramente il volo, che non fa tesoro della propria memoria e per questo ogni tanto ha bisogno di una buona abbrustolita per recuperare il senno (almeno per qualche tempo).

Un libro in cui al i bambini troveranno una storia spassosa e un po’ rock, giocata sul ribaltamento dei ruoli, con un antieroe che non potrà fare a meno di essere loro simpatico; gli adulti vi troveranno una riflessione un po’ amara sul destino umano e una vicenda che richiama ad altre storie e altre immagini di prepotenze e violenze vecchie e nuove giustificate dal pregiudizio.
Un albo, insomma, da leggere più volte e in tante età della vita.

Su Gek Tessaro, però, c’è da dire di più.
Tra le tante cose che oggi ci mancano ce n’è una della cui assenza, probabilmente, non molti si accorgono: è la possibilità di vedere le cose nel loro originarsi.
Il nostro destino di fruitori e consumatori vuole che, della maggior parte delle cose che vediamo e utilizziamo, ci sia sconosciuto il processo che le ha rese tali e, perciò, che non possiamo vivere la potenza del processo creativo. Che si tratti di bambini, di pietanze o di opere d’arte, oggi tutto viene al mondo lontano dal nostro sguardo, e non ci è quasi mai data la possibilità di scorgere la lentezza, la fatica e la magia necessari perché qualcosa che prima non c’era diventasse qualcosa che ora c’è.
E’ un’assenza di cui raramente ci occupiamo, ma che in qualche modo percepiamo. Per questo siamo affascinati dal vedere un artigiano all’opera e ci commuoviamo per un laboratorio in cui possiamo sgranare il mais.
Quest’assenza è particolarmente grave, a mio parere, quando interessa i bambini. Loro rischiano veramente di non vedere quasi mai, e quindi di non imparare, che le cose si possono fare, che ogni cosa del mondo nasce dal connubio tra creatività, volontà e lavoro. E, forse, di crescere credendo che il mondo sia dato così com’è, e non si può cambiare, o rendere più bello.
Gek Tessaro non si limita ad essere ottimo autore completo di albi illustrati (è premio Andersen), non si limita ad essere bravo rimatore e illustratore geniale, ma è anche un maestro artigiano, che porta con sé in giro per l’Italia tutta la sua arte, dalla fonte alla foce, offrendo ad adulti e bambini l’esperienza del flusso creativo con il suo bellissimo Teatro disegnato (cercate i suoi video o, meglio ancora, andate a vedere uno dei suoi spettacoli).
Se a questo aggiungiamo che Gek Tessaro è un autore dotato di gran senso morale, che nei suoi albi illustrati affronta spesso temi importanti riuscendo a trasmettere i suoi valori senza apparire moralista, credo che chiunque s’interessi di educazione dei bambini dovrebbe conoscerlo e promuovere la sua opera.

Non si sa mai che, magari, qualcuno della prossima generazione impari per tempo a vedere sotto la pelle del drago… e a starsene buonino sulla sua montagna.

Titolo: La città e il drago
Autore: Gek Tessaro
Casa editrice: Lapis
Anno di pubblicazione: 2019 (ultima edizione)
Consigliato da che età? Godibile dai 4 anni; dai 6 anni per apprezzare appieno la storia
Consigliato a lettori… Che amano le storie in rima; cui piacciono i draghi; che hanno un forte senso della giustizia; che apprezzano l’ironia.
Libri amici: Il cavallo e il soldato (Gek Tessaro, ed. Artebambini), Quellilà (Daniele Movarelli, Michele Rocchetti, ed. Giralangolo), I conquistatori (David McKee, ed. Il Castoro).

Volete guardare la videorecensione de “La città e il drago”? Eccola qui sotto!

Fuori luogo, nove anni fa

Dal blog “Il luogo fuori luogo” – 29 novembre 2011

Perché fuori luogo, potreste chiedervi.
Innanzitutto, perché andiamo ad abitarci, “fuori luogo”: in una casetta nei boschi, senza vicini, in una valle i cui abitanti fissi sono riassumibili in un numero di una sola cifra.
In una società abituata a considerare “luoghi” solo quelli dell’abitato, quelli odorosi di attività umane in fermento, in cui la vita scorre rapida e continua, andare ad abitare oltre i margini di tutta quest’attività equivale a perdersi nel nulla.
Ma l’idea è dovuta anche a un istante della mia vita, emblematico di molti altri istanti che mi e ci siamo trovati a vivere.
Dopo alcuni mesi di lavoro, sembrava che per me ci fosse la possibilità di ottenere un contratto a tempo determinato.
Io chiesi subito di ottenere un lavoro part-time. Fui convocata urgentemente all’ufficio contratti e sottoposta a interrogatorio: ricordo le tre segretarie sedute attorno a me, con espressioni sbalordite e un po’ infastidite, che mi chiedevano a ripetizione perché mai desiderassi un contratto part-time. Non avevo figli cui badare o altre esigenze familiari. Dunque, qual era il problema?
Cercai invano di spiegare loro che avevo intenzione di dedicarmi ad altre attività – che mi piaceva scrivere e che avrei voluto dedicarmi alla mia casa – ma loro rimanevano profondamente perplesse. Avevano l’aria di considerarmi una traditrice. Contraddicevo la loro immagine del giovane contrattista che pur di guadagnare più soldi è disposto ad ammazzarsi di lavoro.
Esprimere la volontà di guadagnare l’indispensabile e dedicare una fetta più grande possibile del proprio tempo a se stessi e ad offrire servizi gratuiti alla propria famiglia e alla società appare certamente fuori luogo. Infastidisce le coscienze.
So che il mio discorso potrebbe suscitare polemiche. Ci sono famiglie, anche in Italia, che vivono in povertà. Quella vera, che non è il potersi permettere solo un cellulare di pessima marca e non comperarsi il televisore al plasma. Il mio discorso non riguarda coloro che sono veramente poveri: riguarda tutti gli altri.
Il fatto è che persino chi non avrebbe bisogno di guadagnare cifre enormi per vivere sente il dovere di farlo. A meno di perdere… che cosa? La credibilità sociale, un ruolo, il potere, la stima di sè.
Noi non sentiamo questo bisogno. Il minimo ci basta.
Noi vogliamo restarci, fuori luogo.

Libri accanto al fuoco – FILO MAGICO

Nel mezzo di un inverno bianco e grigio, Annabelle trova una scatolina, e nella scatolina un gomitolo di filo colorato.
Decide di usarlo per fare un maglione.
Finito il maglione, magia!, di filo ne avanza un bel po’.
Così Annabelle pensa bene di confezionare un maglione anche per il suo cane.
Ma il gomitolo è ancora bello grosso: Annabelle prosegue serenamente il suo lavoro.
E di filo ce n’è ancora tanto, anzi, sempre di più. Così le viene naturale pensare che si possa utilizzarlo per fare maglioni per tutti, ma proprio tutti: i ragazzini scontrosi, i compagni di classe e il maestro, e poco per volta anche le case, gli alberi, gli animali del bosco.
E lentamente, silenziosamente quel mondo bianco e grigio si colora.
Ma un arciduca ingordo vuole il gomitolo. Lo vuole al punto da far rubare la bella scatolina che contiene il filo infinito.
Tutto solo nel suo tetro castello, apre la scatolina e…

Filo magico di Mac Barnett e Jon Klassen (ed. Terre di Mezzo, 2016) è uno di quegli albi difficilmente classificabili. È per adulti? È per bambini? Il fatto che non sappiamo rispondere alla domanda ci dovrebbe far sospettare di trovarci di fronte a un libro di qualità.
Perché, certamente, Filo magico è un albo illustrato adatto a un pubblico di bambini. Ma di quelli che, durante le letture, fanno comparire sul volto di mamme e papà, zii e nonni il sorriso smascherato che ormai conosco bene.
Provate a non amarlo. Provate a non essere toccati dalla sua grafica poetica ed essenziale, in cui i volumi sono assenze circondate di grigio scuro e i contorni si creano per giustapposizione di aree colorate, persino i volti sono spazi bianchi scoperti in mezzo al colore con pochi tratti a far da nasi, occhi, bocche.
Provate a sottrarvi al suo messaggio e al modo aggraziato e anti-retorico in cui lo porta.
In un mondo in cui tutti spendono un sacco di parole per ribadire quanto è importante essere solidali e pochi lo sono davvero, gli autori scavano tra parole e immagini per riportare alla luce il messaggio originario, pulito e vivo come un colore in mezzo al vuoto dell’inverno, e ci mostrano senza bisogno di sermoni quanto sia fisica e semplice la vicinanza.
Lo fanno riscoprendo, forse non a caso, una pratica quasi dimenticata: il fare a maglia. Non con la Maglieria divina o altre corbellerie costose dai risultati immediati, da acquistare per Natale su Internet o al centro commerciale più vicino, no: proprio come si faceva una volta, con due semplici ferri da maglia, un gomitolo di filo cangiante – e poi lentezza, pazienza e cura.

Pur distante dai libretti moralistici con cui ancora oggi qualcuno vorrebbe ammorbare i bambini – come se, in mezzo a tutto questo esagerato fiorire di buoni esempi adulti, fossero loro ad aver bisogno di imparare la generosità, Filo magico è un libro profondamente morale, una fiaba moderna in cui Bene e Male si confrontano sotto traccia e alla fine il Bene vince – senza bisogno di fare proclami, semplicemente perché è ovvio che sia così.
C’è una protagonista piccola ma risoluta, accogliente e accudente, pronta ad accogliere i suggerimenti del destino e capace di dire no quando ci vuole un no. C’è il cattivone potente, che poi in fondo cattivone non è – ma tanto egoista e tanto, tanto solo – e che, incapace di uscire dalla sua grossolana visione del mondo, fraintende il senso della magia del filo infinito, finendo scornato e – ce lo immaginiamo – ancora più solo. C’è persino una maledizione…
E tante persone che, non sanno bene come, si ritrovano tutte collegate tra loro da un leggero filo colorato.
Unite, connesse.
Tante e diverse ma, tutte assieme, a comporre un’unità, come i punti che compongono una maglia.

Titolo: Il filo magico
Autori: Mac Barnett, Jon Klassen
Casa editrice: Terre di mezzo
Anno di pubblicazione: 2016
Consigliato da che età? Godibile dai 3 anni; dai 5 anni per apprezzare appieno la storia
Consigliato a lettori… che hanno un forte senso della giustizia; che amano le storie dallo svolgimento tranquillo; che fanno a maglia; che apprezzano uno stile grafico essenziale.
Libri amici: L’uomo che piantava gli alberi (Jean Giono)

Vi interessa la videorecensione di “Filo magico”? Eccola qui sotto!

Di terra, d’acqua, d’alberi

Da piccola, nel giardino dei miei nonni, vivevo in una città d’alberi.
Il più maestoso era il gigante ciliegio, dalla scorza scura e slabbrata. Arrampicarlo non era facile: bisognava aggrapparsi all’unico ramo sufficientemente basso, portare in alto le gambe, appendersi al ramo con le gambe e poi tirarsi su a forza di addominali. Ma una volta salita potevo accoccolarmi tra le sue braccia, appoggiando la schiena al tronco che continuava su, su, e agganciava l’universo. Ricordo di essere stata lì in una nevicata di foglie d’autunno: un rito, l’istante sacro in cui il vento porta un po’ di cielo alla terra.
Ognuno degli altri alberi, più piccoli, aveva la propria personalità.
C’era il melo, che le potature avevano reso contorto, con un ramo a gomito fuori dalla mia portata che potevo raggiungere solo se avevo il coraggio di saltare nel vuoto dalla biforcazione dei rami. Quando non capitombolavo a terra ma lo raggiungevo era una gioia spenzolarsi e poi, nel punto più alto dell’oscillazione, lasciarsi cadere a terra, per correre subito dopo al cedro del Libano, con il ramo diritto ideale per appendersi a testa in giù.
C’erano i pruni, esili ma alti, su cui giocare ad arrivare sempre più su.
C’era il pero. “Sul pero no, è troppo fragile”. E allora il pero non si toccava, perché anche la società della natura ha le sue regole.
C’era un altro cedro del Libano davanti alla scalinata d’ingresso, col tronco grandissimo e diritto, che abbracciavo. Dovette essere tagliato perché le sue radici si erano insinuate sotto il lastricato e lo spingevano verso l’alto, sbriciolandolo. Fu per me un lutto, come sarebbe stata, anni dopo, la scomparsa dell’amata campagna che stava dietro casa, distrutta da macchine rapaci per far spazio a un centro commerciale proprio in primavera, con i fiori sbocciati sui rami: l’innocenza che si mostra per essere sacrificata.

Ho sempre sentito bisogno degli alberi. Credo che il contatto con la natura e, in particolare, con gli alberi ci renda più saggi e centrati. Penso che i bambini, tutti, debbano crescere vicino alla natura – che questo dovrebbe essere un loro diritto riconosciuto.

Se c’è una cosa che mi posso riconoscere è che nella mia vita ho sempre cercato di fare scelte coerenti con ciò che sentivo, anche quando questo comportava un costo o un sacrificio.
Così è nata anche la mia famiglia: dalla terra, dall’acqua, dagli alberi.

Fuori dalla tana…

Gennaio è iniziato a casa, tra gommapiuma, velcro e libri di Gianni Rodari, che a ottobre compirà cent’anni.
E, poi, con un progetto sulle letture e il rapporto con l’ambiente a Ronchi Valsugana, dove i bimbi fanno l’orto e studiano le foglie, camminano nei boschi e si rotolano nei prati, e dove quest’anno si parla di sostenibilità e riciclo.
Io, dal canto mio, ho deciso di portare i bambini in viaggio nella nostra relazione con l’ambiente, a partire dalle nostre case per arrivare alla consapevolezza degli elementi naturali e al nostro collocarci nel Tutto, dal quale dipendiamo e il quale, ormai, dipende da noi.
Per affrontare in modo leggero ma pensante l’inquietudine che ci permea, in quest’inverno senza neve che all’altro capo del mondo è estate infuocata; per continuare a nutrire l’immaginazione, la stessa immaginazione che negli anni a venire dovrà trovare un modo per rivoluzionare il nostro essere-nel-mondo.
Poi, come sempre, ogni albo illustrato ha mille fili che vanno in tutte le direzioni. Parti con un argomento, sapendo che, sempre, da quelle pagine di spunti ne usciranno mille altri: sulle sfide del crescere e il rapporto tra piccoli e grandi, sulla solitudine e la diversità, sulle regole e la trasgressione… Ed è bello così, ed è giusto così, perché il nostro essere nel mondo è complesso e non si può parlare di rapporto con l’ambiente senza, ad esempio, parlare anche della tolleranza nei confronti della diversità, della capacità di incontrarci con l’altro, dell’empatia, dell’amicizia.
Siamo partiti con… gli animali domestici (il più amato: I cani non sono ballerine) per proseguire parlando di case e tane (perché tutti abbiamo bisogno di un luogo sicuro) e di leoni che visitano le biblioteche.
E, presto, usciremo dalla tana per vedere cosa c’è fuori…

Il colore del Natale – filastrocca musicata

In occasione di questo Natale 2019 ho pensato di condividere con voi, in registrazione casereccia e con l’aiuto sempre impagabile di mio marito Diego Cappello, la canzone che ho creato per accompagnare le letture natalizie di quest’ultimo periodo.
Federica Sgambaro (Asia Blu) mi ha fatto lo splendido regalo di permettermi di usare una sua illustrazione per accompagnare il brano.

La dedico a tutte le bambine e i bambini che mi hanno fatto l’onore di accompagnare e arricchire la mia vita fino ad oggi, e in particolare a quelli….
… che ti abbracciano perché hai raccontato loro una storia
… che siedono in cerchio e costruiscono case nei boschi
… che ti portano a guardare torrenti sconosciuti, parlano con gli spiriti e ritrovano case di vite passate
… che comandano il vento tra gli alberi
… che non hanno quasi mai i piedi per terra, perché sono sempre arrampicati in cima a qualcosa
… che fanno il bagno nudi nei ruscelli di montagna
… che mi hanno dato la gioia di scegliermi come mamma: Viviana e Silvano – e Zoe, la bimba-che-sarebbe-stata.

Ma la dedico anche ai loro adulti: quelli che…
… fanno loro spazio in questo mondo troppo stretto
… sono genitori di tutti, perché sanno che ogni adulto è responsabile di coloro che lo seguono sulla strada della vita
… si battono per dare loro un futuro equo, pulito, umano
… li lasciano annoiarsi
… leggono loro i libri e raccontano loro storie
… permettono loro di giocare
… li lasciano sbagliare
… accolgono ogni bambino proprio come è, con la sua ricchezza e le sue difficoltà
… sanno che a piedi nudi è meglio

Con tutti voi nel cuore, il Natale continua ad essere un richiamo a ciò che di luminoso si nasconde nell’essere umano e alla speranza di costruire assieme un mondo più sereno in cui vivere.

Delle partenze e dei ritorni

Dal blog “Il luogo fuori luogo” – 11 novembre 2011

Siamo in partenza.
Il viaggio non è lungo – sei minuti di macchina dal fondovalle.
Il viaggio è lungo – una distanza enorme, che abbiamo appena appena accennato a creare tra noi e un modo di vivere il mondo, l’ambiente e la vita sociale in cui non ci riconosciamo.
E’ lungo perché è innanzitutto un viaggio in noi stessi, nel mondo che è stato creato dentro di noi da anni di lezioni e compiti in classe, illusioni, promesse, notizie. Il pacchetto all inclusive che qualsiasi cultura ti fornisce per affrontare la realtà, e nel quale è immancabilmente compreso uno sguardo su quella stessa realtà.
Andremo a vivere in una casetta nei boschi, comperata grazie ai frutti delle fatiche dei nostri genitori e ristrutturata grazie ai frutti delle nostre fatiche – i nostri stipendi e i nostri finesettimana degli ultimi due anni, trascorsi tra muri da abbattere e muri da costruire e TUTTO QUELLO che sta nel mezzo.
La Casa è al centro del nostro personale progetto di decrescita felice, della nostra utopia di una vita meno economica e più sociale, in cui lavorare meno per conto terzi e più per noi stessi, conservando più tempo per le nostre relazioni sociali e per contribuire al miglioramento del mondo in cui viviamo.
Non si tratta di rinnegare ciò che siamo e siamo diventati, ma di filtrare il buono e progredire verso qualcosa di meglio: anche la nostra voglia di partire e ritornare è, in fin dei conti, prodotto della società in cui siamo nati, che tra l’altro ci ha permesso di avere un benessere tale da poter scegliere. Credo che una cultura sia una buona cultura nel momento in cui fornisce gli strumenti per superarne gli stessi presupposti: questi strumenti noi li abbiamo, e cercheremo di utilizzarli al meglio.
Anche questo bloggetto vuole essere un passo nella direzione che abbiamo preso: vorremmo potesse diventare uno strumento per coloro che desiderano, come noi, “riconvertirsi” in senso sociale. Lo utilizzeremo per riportare le nostre difficoltà, i nostri timori, ma anche le sperate soddisfazioni e gli auspicabili traguardi raggiunti. Facendoci pure, perché no, i conti in tasca, in modo da aiutare tutti coloro che intendono intraprendere il nostro percorso.
E questo per ora è tutto.